In Sardegna fare impresa non è mai stata la strada più semplice, eppure c’è chi ogni giorno continua a scegliere questa terra.
Dietro ogni prodotto sardo ci sono aziende, famiglie, sacrifici, persone che resistono.
Persone che non chiedono privilegi, ma condizioni eque per competere.
Da quasi due anni gli imprenditori sardi stanno bussando alla porta dei politici Sardi perché sia garantita la continuità territoriale anche per il trasporto delle merci.
Perché il futuro dell’economia sarda passa anche da qui.
Noi ci mettiamo la faccia: ora la politica ci metta le soluzioni.
“La competitività delle imprese sarde passa anche dalla capacità di superare i costi dell’insularità.”
Lo racconta Andrea Porcu, direttore di Confindustria Sardegna, dando voce alle difficoltà che il sistema produttivo regionale affronta ogni giorno: dai maggiori costi dei trasporti alla perdita di attrattività economica e sociale del territorio.
Perché essere un’impresa in Sardegna non può significare partire sempre da una condizione di svantaggio. Servono interventi strutturali e condizioni eque per crescere, investire e creare occupazione.
Dopo 18 mesi di richieste e sollecitazioni alle istituzioni regionali, ora servono risposte urgenti e concrete.


Centro Studi Confindustria | Il RISPARMIO CHE NON DIVENTA CAPITALE: RICCHEZZA FINANZIARIA E DEFICIT DI INVESTIMENTO IL SARDEGNA
La Sardegna non è priva di patrimonio, ma una parte troppo ampia della ricchezza delle famiglie resta immobilizzata nelle abitazioni o ferma sotto forma di depositi bancari, trasformandosi solo limitatamente in capitale finanziario, investimento produttivo e crescita. È quanto emerge dal nuovo report del nostro Centro Studi di Confindustria Sardegna, intitolato “Il risparmio che non diventa capitale: ricchezza finanziaria e deficit di investimento in Sardegna”.
Dallo studio emerge che alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie sarde ammontava a circa 251 miliardi di euro, pari a 160 mila euro per residente. Il dato colloca l’Isola sopra la media del Mezzogiorno, ma nettamente al di sotto della media italiana, prossima ai 199 mila euro pro capite. Il divario è quindi pari a circa 39 mila euro per abitante.
Il problema non riguarda però la componente reale del patrimonio: le famiglie sarde dispongono infatti di attività reali per circa 122 mila euro pro capite, un valore persino superiore alla media nazionale. La distanza si manifesta invece sul piano finanziario: in Sardegna le attività finanziarie ammontano infatti a poco più di 53 mila euro per abitante, contro gli oltre 100 mila euro della media nazionale.
Il divario della Sardegna non riguarda tanto la consistenza complessiva del patrimonio delle famiglie. È piuttosto una regione nella quale una quota rilevante della ricchezza è allocata in maniera poco produttiva e risulta difficilmente trasformabile in capitale disponibile per investire, innovare, finanziare nuove imprese o sostenere percorsi di crescita.
Il report evidenzia un problema di composizione. Nel 2024 le attività finanziarie delle famiglie sarde ammontavano a 83,3 miliardi di euro. Di queste, 32,3 miliardi erano detenuti sotto forma di depositi bancari e risparmio postale, pari al 38,8 per cento del totale. Titoli, azioni, partecipazioni e fondi comuni valevano invece 33,7 miliardi, pari al 40,5 per cento, ben al di sotto del 51,8 per cento della media nazionale.
La nostra Associazione, con questo studio, ha stimato che, se nel 2014 la Sardegna avesse mantenuto lo stesso ammontare di attività finanziarie ma con una composizione più vicina alla media italiana, il maggior rendimento atteso nel decennio 2014-2024 sarebbe stato pari a circa 8,1 miliardi di euro. In uno scenario più ampio, che considera anche una riallocazione complessiva simile a quella media nazionale, il potenziale aggiuntivo arriverebbe a 10,3 miliardi.
Le ricadute colpiscono anche il sistema produttivo. In una regione fatta soprattutto di piccole e medie imprese, già penalizzate da insularità, costi logistici, mercato interno ridotto e difficoltà di attrarre capitali esterni, la debolezza della ricchezza finanziaria limita ulteriormente le risorse disponibili per investire, innovare e crescere.

Confindustria Sardegna accoglie con favore il provvedimento della Regione Sardegna sul caro trasporti.
Confindustria Sardegna accoglie con favore la comunicazione del governo regionale in merito al preannunciato stanziamento di 30 milioni di euro per ridurre gli impatti sui costi di trasporto delle merci conseguenti alle diverse componenti esogene che, da oltre 12 mesi, mettono a dura prova la competitività di settori come l’agroalimentare, il lapideo il manifatturiero e il trasporto.
Il maggior costo del trasporto merci da e per la Sardegna si sta ormai consolidato oltre il 45% nel breve tempo. Si stima che i maggiori costi sostenuti dalle imprese dell’isola, solo nel 2025, abbiano superato i 150 milioni di euro, una cifra spropositata cui si aggiungono gli incrementi dei prezzi dei carburanti conseguenti al conflitto in Medio Oriente.
Confindustria Sardegna invita la Regione ad agire con coraggio e determinazione. Ci sono tante di quelle evidenze oggettive sulle condizioni di svantaggio della Sardegna in materia di trasporto merci, già ampiamente utilizzate a loro favore da regioni come la Sicilia, la Corsica o le Baleari, che il paventato rischio di una procedura di infrazione della Commissione UE pare del tutto improbabile.
Secondo le stime del nostro Centro Studi, sono potenzialmente a rischio diverse migliaia di posti di lavoro con la definitiva desertificazione produttiva della Sardegna che resterà una bellissima isola sempre più distante dalle altre regioni italiane ed europee che, invece, registrano, nonostante gli scenari internazionali, tassi di crescita produttiva più che positivi.
Ecco perché, anche in vista della imminente Prima variazione di Bilancio, Confindustria Sardegna, unitamente ad altre associazioni di categoria, ha segnalato anche nelle scorse settimane che è improcrastinabile l’adozione di strumenti economici e normativi regionali necessari ad assicurare la tanto attesa continuità territoriale delle merci come già avviene per le persone.






